Nel complesso palinsesto mitologico e sapienziale che
avvolge la figura delle Sirene, si delineano precise
coordinate temporali che le associano a determinati orari e stagioni,
inscrivendole entro un ritmo cosmico e rituale che ne esplicita la doppia
natura di creature ctonie e celesti, terrestri e astrali.
Al Tempio di Apollo di Pito, nella profetica Delfi, dove un
tempo si veneravano le “Keledones” (1), niente meno che “le Incantatrici”, le
Sirene brillavano ricoperte d’oro nel meriggio e d’argento nel cuore della
notte, irrorate dalla luce della dea Selene.
Non soltanto l’ora diurna del mezzogiorno, ma anche
il cuore della notte diventano i loro momenti sacri: fasce liminali,
soglie temporali che coincidono con la massima apertura del visibile sull’invisibile, della consapevolezza verso stati di coscienza crepuscolari.
La luce lunare, riflessa e sottile, tesse la loro veste
notturna: l’argento di Selene è la loro materia liquida. Il mezzogiorno, ne svela la componente ignea, solare, potenzialmente letale.
È nella coniunctio oppositorum alchemica che si rivela altresì la loro
vera essenza temporale, come affermato nell'Aurora Consurgens: “Ignis noster
est Aqua” (pt. 2, in Artis auriferae, vol. 1, p. 212) – “la nostra
Acqua è Fuoco” (2).
Nella visione platonica del Mito di Er (Platone, Repubblica,
X, 614c–621d), le Sirene sono otto, ciascuna seduta su uno degli otto cieli
antichi in rotazione, e ognuna emetteva una nota fissa, contribuendo
insieme all’armonia del cosmo. In tale “orologeria celeste”, le Sirene si suppone siano note temporali incarnate, corrispondenti alle sfere planetarie e alla loro
musica.
Questo impianto interpretativo viene rafforzato dal filosofo siro Giamblico, secondo cui
le Sirene si dispongono in una tetrade armonica, risuonante nell’Oracolo di
Delfi, dove la tetrade pitagorica genera l’intera musica del mondo (3).
Nel piano annuale, il riferimento più emblematico riguarda
le Pleiadi: secondo Esiodo, le Sirene sarebbero figlie di Sterope, una delle
sette sorelle, la cui levata eliaca coincide con la prima metà di maggio,
segnalando l’inizio della bella stagione. Le Pleiadi, così, guidavano i marinai
egizi e cananei nella scelta del momento favorevole alla navigazione.
Questa tradizione fu altresì adottata dai Greci, dai Romani e dai
popoli mediterranei e perdurò fino all’adozione del vapore, quando i motori
sostituirono il vento.
A sostegno di ciò si richiama il legame tra la dea ugaritica
Asherah e la stella Sopdet (accostata alla costellazione Sirio), la cui
elevazione eliaca annuale indicava, per gli Egizi, l’inizio della stagione
delle inondazioni. Anche l’ittita Ishara, madre dei Sebitti (le sette stelle),
conferma la trasversalità stagionale e astronomica della funzione sirenica.
In ambito nordico, il Kalevala ci restituisce la mitica
Isola di Pohjola, terra di sciamane e donne sapienti, dove la luce artica –
presente solo per metà dell’anno – diviene evento sacro e trasfigurato nel mito
arcaico. Come scrive Frazer ne “Il Ramo d’Oro”, citando l’astronomo Bailey,
“il culto della Luce ebbe probabilmente origine nelle regioni artiche”(4),
dove ogni ritorno del sole segnava un momento sacro, epifanico, e azzarderei “sirenico”.
Le leggende irlandesi confermano tale idea di connessione con l’Isola
sacra e le creature d’acqua con la
denominazione “Tirfo Thuinn”, La Terra sotto le Onde, a ribadire ancora una
volta la compresenza di abissi e bagliori: “tale regno può svelarsi senza preavviso in qualsiasi luogo, luminoso e scintillante, e sparire con la stessa rapidità. Le sue frontiere di crepuscolo, foschia e illusione ci circondano e, come una marea che si ritira, possono momentaneamente svelarci la Terra delle Fate prima di chiudersi nascondendola di nuovo” (5).
Infine, l’etimologia stessa rafforza l’intimo rapporto tra
orari e manifestazioni sonore: secondo il filologo tedesco Kurt Latte, “seirios” significa
“incandescente”, probabile riferimento all’ora meridiana (6).
Esichio di Alessandria collega il termine a un tipo di gufo
notturno (7), mentre l’etimo “syrizo” (“zufolare”, “fischiare”) e “seira”
(“corda, laccio”) (6) rinviano tanto al canto quanto al vincolo temporale.
Robert Graves le definisce come “coloro che prendono al
laccio” (7), mentre Giambattista Vico, nella Scienza Nuova, le
collega alla Ninfa Siringa e ai linguaggi di siri e assiri (6), rafforzando l’idea
che il loro canto sia una “forma temporale di comunicazione”.
In conclusione, le Sirene si manifestano nell’ora del Mezzogiorno e nel cuore della notte, all’inizio dell’estate e lungo la
rotazione degli otto cieli. Esse sono voci di soglia, tema chiave che abita da sempre la ricerca in loro nome, figure-ponte tra tempo
ciclico e tempo sacro, che intessono i destini al ritmo del cosmo, guidate
dalla luce riflessa della Luna o dal bagliore incandescente del sole a picco.
Ogni apparizione sirenica segna “un’ora del mondo”, che apre
uno squarcio, un portale su un “mondo altro”.
Testo tratto da Le Sirene, Miti e Rivelazioni Alchemiche dalle Origini.
Bibliografia e sitografia
(1) www.theoi.com
(2) Psicologia e Alchimia, Carl Gustav Jung, Case Editrice Bollati Boringhieri, Torino, 2017
(3) Le Sirene Esistono, Storia di un Mito divenuto Simbolo, Fiaba, Realtà, Elissa Piccinini, Ottolibri Edizioni, 2014
(4) Il Ramo D'Oro, Studio sulla Magia e la Religione di James G. Frazer, Edizioni Bollati Boringhieri, 2016
(5) Fate, testo e illustrazioni di Brian Froud e Alan Lee, a cura di David Larkin, Rizzoli, Edizione Originale 1979
(6) Atlante delle Sirene, Viaggio Sentimentale tra le creature che ci incantano da millenni; Agnese Grieco, Casa Editrice il Saggiatore, Milano 2017, pp. 27-34
(7) La Dea Bianca, Robert Graves, Casa Editrice Gli Adelphi, p. 482
Diritti
Testo di Claudia Lucina Simone. Tutti i Diritti Riservati.
Crediti fotografia: Pinterest di artista ignoto/a
Commenti
Posta un commento