Le sirene non sono solo figure del mito o relegate alla
fantasia dell’infanzia: sono soglie incarnate, presenze che respirano in
silenzio tra i mondi, cantando da un tempo che tempo non conosce. Il
loro canto – mai soltanto voce, ma armonia cosmica del non detto – si propaga
come eco “liquida” tra regno celeste, marino e terreno, dissolvendo il
visibile, accendendo passaggi tra realtà altrimenti distanti. Non domandano di
essere comprese, né hanno mai desiderato d’essere ascoltate: si rivelano a chi
sa attendere e attingere al fato con autenticità, nella penombra dell’anima.
Creature ibride, intessute d’acqua e vento, luce e vertigine,
danzano sul confine tra l’incanto e l’abisso. Liminari e magnetiche, le sirene
custodiscono ciò che sfugge: disarmano, amano, proteggono. Sono al contempo
attrazione e rovina, cura e pericolo, iniziazione e dissoluzione.
Scolpita sulla facciata della chiesa di San Michele a Lucca –
così altrove, presso i numerosi siti “affini” di ricerca, presentati in questo
sito web – una sirena bicaudata veglia su un nodo di forze invisibili: lì, dove
la terra respira attraverso vene d’acqua segreta, dove le “ley line” si intrecciano
come nervature di una memoria antichissima, la sirena è sentinella del sacro
nascosto, specchio di ciò che l’occhio non vede e a cui la maggior parte di
coloro che si avvicinano è precluso l’accesso...
Non è decorazione né bellezza allo scopo d’essere
compiaciuta: è portale, interrogazione di sé.
Nel profondo, la sua genealogia mi ha portata a studiare dee
del passato come Tiamat, dea mesopotamica del caos originario, mi ha sollevata
in volo con l’audace Inanna, che discende per rinascere. In Sirya/Atargatis ho
conosciuto la vibrazione di una creatura tra pesce e stella, mentre nell’oceano
polinesiano – raggiunto attraverso le Vie dentro – ho danzato con
Ka’ahupahau e Hi’aka fra le maree esotiche; come se ogni cultura possedesse una
propria sirena nascosta, nel respiro delle onde che ovunque si somigliano.
Non mancano metamorfosi, ognuna figlia del proprio tempo e
della interpretazione di coloro che hanno avuto il potere di raccontarle: nei
loro corpi s’intrecciano ali, squame, serpenti, piume, simboli di passaggi,
soglie, trasmutazioni. Sirene-ape, come Melissa, portano il bombito sacro della
verità che punge. Sirene-nutrici, come la “galattofora”, riversano latte
lunare sulle coste dell’anima. Sirene-regine di un mondo altro, come Morgana e Rhiannon,
evocano l’aurora cristallina che non si lascia afferrare.
A Napoli, matria sirenica per antonomasia, Partenope,
Leucotea, Ligheia emergono come figure nutrici e liminali le quali, a poco a
poco, sono state sostituite dalla venerazione per le Madonne – tutte forme di
antiche Regine del Mare. Custodi di tesori preziosissimi, come il “tesoro del
Reno” nella leggenda di Lorelei, il loro canto incanta, devasta, redime.
Sempre, la sirena canta. Non per compiacere, ma per ricordare. Quando
fa silenzio – sirena kafkiana – è solo un’altra forma di voce.
Sono creature alchemiche, mercuriali, complete della essenza
di guarigione di ogni elemento. Parenti strette delle Pleiadi, che un tempo
incarnavano, a loro ci si rivolge per sciogliere ciò che è legato, legare
di nuovo a sé ciò che è andato smarrito. Agiscono nel sogno, ma la loro opera è
reale: risvegliano.
La sirena non è metafora tra le pagine di un libro, è
presenza. Le sirene, sono entità che rammentano che ogni muro alzato è preludio
di un nuovo passaggio che si disvela, che ogni discesa custodisce una torcia –
come quella di Persefone, loro intimamente legata nel mito – che ogni canto, se
ascoltato davvero, può guidare verso la fine così come verso una forma più
luminosa di inizio.
Sitografia
Diritti
Testo di proprietà di Claudia Lucina Simone. Tutti i Diritti Riservati.

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