Omero ne collocava due – tre, secondo alcune traduzioni –
sulla terra inverdita, il prato fiorito.
Virgilio le pose sugli scogli – forse nelle magiche isole
della Bretagna, forse nella “Ile de La Seine”, dimora delle più antiche Fate della
Francia, scatenatrici di violente tempeste.
Un tempo forse vissute, in un gruppo di sei, sul
Tempio di Apollo di Pito, nella profetica Delfi – dette Keledones (1) (“cheledónes”)
o “Iunghes”, “le Incantatrici” – dove brillavano ricoperte d'oro nel meriggio e
d'argento nel cuore della notte, irrorate dalla luce della dea Selene, portando
a morte i naviganti.
Il fulmine di Zeus incenerì il tempio, ma loro risorsero, come
fenici.
In Apollonio Rodio, nelle Argonautiche (vv.891-894),
vivevano sull'Isola detta “Bella Antemoessa” – forse l’Etolia o l'India –
uccidendo col canto chiunque vi approdasse.
Ma anche le Isole Ebridi potrebbero essere state una valida
dimora delle sirene: antiche e moderne ipotesi sembrano altresì convergere
in generale sull'Italia Meridionale.
Lo Stretto di Messina, dopotutto, nella “geografia
odissiaca” (più metaforica che reale) nondimeno l'Isola di Circe, si trovava
nelle fauci dei “mostri” marini Scilla e Cariddi.
Un'altra collocazione plausibile è Babilonia – le Sirene sono
compagne di Lilith – che si impone come loro reame nella geografia dei testi
apocrifi.
Al di là di tutto, sono quasi tutti d'accordo nell'affermare
che le sirene siano giunte da un mondo altro. Secondo Esiodo, in
effetti, sarebbero figlie di Sterope, una delle sette sorelle Pleiadi,
che un tempo erano fanciulle, trasformate da Zeus contro la brama ostinata del
gigante Orione, che ne era ossessionato – un mito ricorrente anche tra gli
aborigeni d’oltreoceano, dove figurano come sette sorelle in fuga dal guerriero
patriarcale, mettendosi in salvo a vicenda poiché legate da un amore
indissolubile, come ripreso nella famosa versione originale della fiaba della
Sirenetta di Hans Christian Andersen. Vennero dunque concepite come costellazione,
apparendo nella prima metà del mese di maggio – segnando la bella stagione – e
guidando i marinai egizi e cananei della prima storia israelita con la loro
immensa luce, che indicava la rotta da seguire.
Le sirene popolano altresì come astri la filosofia di
Platone e il pensiero di neoplatonici e neopitagorici sino ai razionalisti.
Nel Timeo (IV sec. a.C.), sia le Parche filatrici che le
Sirene figurano nella schiera di donne che lavorano, filano, reggono,
sorvegliano il destino “intonando tutto ciò che accade”. Tra le pagine del
celebre filosofo greco, le Parche cantano sulla armonia delle Sirene, che hanno
una “posizione elevatissima” – simile a quella degli angeli, i quali, a
differenza delle sirene, con le quali purtuttavia condividono un consistente
“corredo originario”, hanno avuto un destino più fortunato poiché non hanno
dovuto nascondersi, giustificare la loro stessa esistenza a chi per secoli
ha cercato di vivisezionarla.
Nello specifico le Sirene, nel Mito di Er, sono otto,
partecipi della armonia celeste e della “serenità dell'oblio”: mentre Anananke,
(dea Necessità); faceva ruotare otto cerchi concentrici, ossia gli otto cieli
antichi, sopra ciascuno era accovacciata una sirena.
Ognuna emetteva una nota fissa e tutte e otto insieme
formavano l'armonia del cosmo.
Per il filosofo neoplatonico Giamblico le sirene erano
collocate nella tetrade armonica nell'Oracolo di Delfi.
La tetrade, per i pitagorici, era una arcana costituzione
numerica che sprigionava l'armonia intera della musica.
Il mito delle “sirene celesti” potrebbe avere origine
altresì nella prima storia israelita, dove i marinai cananei/fenici usavano
sempre l'aspetto delle Pleiadi come orientamento per l'inizio dell'estate, la
stagione dei commerci nel Mediterraneo.
Questa pratica venne in effetti portata avanti dai Greci,
Romani e altri fino alla adozione del vapore, dove i motori sostituirono il
vento come fonte primaria di energia.
Se l’ipotesi secondo cui la dea della Siria ugaritica Asherah
– una forma della semitica (fenicia/cananea) Astarte/Afrodite – sarebbe
associata alle Pleiadi fosse certa, ella, così come la sirena, sarebbe una
versione cananea di Sopdet, la stella egizia, dea associata alla
costellazione Sirio, la cui elevazione eliaca indicava l'inizio della stagione
delle inondazioni ogni anno. Questa connessione tra Asherah e le Pleiadi
converge saldamente Asherah all'ittita Ishara, che era la Madre dei Sebitti, le
sette stelle. Ishara era, d’altra parte, la parola semita per dire
“trattato” e come tale era la dea dei giuramenti.
Forse è per questo che rivolgiamo i nostri giuramenti alle
stelle, dalle quali ci sentiamo guidate e spinte da una fiducia atavica ad
affidarci a loro?
Il testo più antico sopravvissuto di Ishara proviene dalle
rovine dell'era sumera dell'Elba nel nord-ovest della Siria, tuttavia, fu
successivamente adottato dagli Hurriti e poi dagli Ittiti come Ishara, dagli
Accadi come Ashara e dagli Ugaritici cananei come Ushara. Anche l'Isola di
Avalon del ciclo bretone e arturiano, idealmente, potrebbe avere un
lontano sostrato mediterraneo, sia per analogie linguistiche che culturali.
Avalon, delucida Luciana Percovich in “Oscure Madri
Splendenti” – la famigerata “insula promorum” – deriva da “aval” che in bretone
significa mela.
Il suo nome si trovava addirittura come toponimo della
Campania – matria indiscussa della “genia canora delle sirene” – detta
“Abella”, nota per le sue produzioni di mele (in Virgilio, Eneide), che
richiama a sua volta la forma “Apellon” – Creta, Sicilia – accanto ad
“Apollon”. In effetti, ogni isola abitata da donne, “topos” evocativo di un
mito universale, potrebbe essere stata “la” Isola delle Sirene, intese come
voci sommerse delle antiche donne di magia, sacerdotesse, di cui queste
creature sono espressione, dato che potrebbero essere una estensione delle
madri nutrici e galattofore della preistoria, le madri uccello e in generale le
madri ctonie tipiche della Europa Antica illustrata da Marija Gimbutas.
Le stesse Madonne del Latte (Virgo Lactans) recano il
corredo delle primitive sirene, “colte” nell’atto di allattare i loro piccoli nelle
opere di artisti medievali – ad esempio, nel Soffitto dei Semidei del
Pinturicchio del 1490, collocato nel Palazzo dei Penitenzieri di Roma – come
nel folklore e in varie “epifanie” a cavallo tra realtà e fantasia pervenute da
diari di viaggiatori alla ricerca di nuovi mondi…
Il tema delle Isole dei Beati, o “Isole Fortunate”, che si
trovano nel Mare Occidentale, oltre i luoghi dove tramonta il sole, è
uno dei più frequenti che ricorrono nella mitologia europea e oltreoceano:
siano esse dimore di fate, eroi o defunti, certo è che la coscienza collettiva
le ha adattate alle proprie esigenze o evidenze metereologiche e cosmogoniche.
Le Sirene – mi piace dirlo – sono figlie del tempo e dello spazio dove sono
state concepite, pensate, idealizzate, nella ricerca del simile o nel
desiderio del “diverso”, esotico, che appartenesse al “mondo altro”
tanto anelato, e spesso mai trovato.
Ne “Il Ramo d’Oro” di James G. Frazer si legge che
l'astronomo Bailey azzardò l'ipotesi per cui il Culto della Luce ebbe
origine nelle regioni artiche – dato che per metà dell'anno erano al buio e la
luce deve aver ricoperto un ruolo fondamentale in chiave di sopravvivenza – le
cui mitologie, guarda caso, secondo gli studi riportati dal celebre Elias
Lönnrot; hanno un cuore asiatico, e quindi di “reminiscenza sirenica”, per
azzardare un termine.
Ci incuriosisce che uno dei nomi con cui gli irlandesi hanno
chiamato queste isole è “Tirfo Thuinn”, “La Terra Sotto Le Onde”.
La famigerata Avalon – fraintesa da molte e molti e “inflazionata”
– è semplicemente la più famosa e ricorrente di esse, ma non la sola né
l'unica possibile.
“Tale regno può svelarsi senza preavviso in qualsiasi luogo, luminoso e scintillante, e sparire con la stessa rapidità. Le sue frontiere di crepuscolo, foschia e illusione ci circondano e, come una marea che si ritira, possono momentaneamente svelarci la Terra delle Fate prima di chiudersi nascondendola di nuovo” (2).
Le evidenti allusioni al luminoso e allo “scintillante”,
nonché alla metafora della marea e all’elemento crepuscolare, non fanno che
ricordare un legame con le sirene, i loro epiteti e tratti, nonché le loro dimore
ambivalenti: creature alchemiche per eccellenza, protagoniste della
famigerata “coniunctio oppositurm” junghiana, dove le sirene si collocano in
quanto “axis mundi” in grado di connettere le forze ctonie a quelle celesti:
argento e oro, ombra e luce, nella sconfinata doppiezza che le riguarda,
soprattutto nelle rappresentazioni bifide – tipiche della manualistica
medievale – che fanno di loro le creature “di confine” e “completezza aurea”
per eccellenza, esattamente come le stelle, le sette sorelle che, talvolta, per
sperimentare il mondo umano hanno percorso un ponte fino alla terra…
Del resto, la corda d’oro da cui discende Emmu – la madre
del cielo nonché Orsa Maggiore, tipica del mito artico/ balto-finnico – rappresenta
il femminile sacro che talvolta si disvela, irrorando della sua luce poche e
pochi fortunati capaci di cogliere quel filo magico che tesse la trama della
terra a quella del cielo.
Anche l'Isola di Pohjola del mito baltofinnico – alla quale
si ha provato a donare una collocazione geografica, dato che per certi versi
sembra avere connotati di precisi luoghi che includono attualmente territori
della Lapponia e dell'antico Kainuu – è più ovvio pensarla come una terra
immaginaria, ma non per questo irreale: identificata come il centro
della terra del Nord, nonché la Regione Polare, la terra degli sciamani Sami,
che nasce etimologicamente da “Pohja” che significa fondamento, fondo o base (forse
assimilabile a radice) e da origine alla parola “Pohjios” che significa Nord.
Nella prefazione al Nuovo Kalevala, Lönnrot definì il popolo
di Pohjola come un “gruppo separato di finni”. Quella isola era un gelido
villaggio noto come “Kylmakyla” e “terra divoratrice dei maschi”, detta
“Miestensyoja”, chiaro segno del fatto che, in tempi remoti e insondabili, le
donne/sciamane finniche appartenevano a una sorta di casta divina, elevata –
come le sirene elevatissime di Platone – dalla terra profana degli uomini, che
era invece la terra di Kaleva.
Tale terra viene descritta come una isola “sospesa”, dove
l'antica voce della Grande Madre forse può ancora esprimersi, in segreto, udita
e scorta soltanto da pochi valorosi eroi capaci di giungervi e varcarla con
dignità – alla ricerca delle fanciulle più belle e luminose, si racconta –
senza recare offesa alla Grande Signora delle donne.
Secondo le leggende, vi si poteva accedere soltanto con
incantesimi/canti chiamati “runot” che, con tutta probabilità, erano conosciuti
e potevano essere pronunciati solo da donne. Tracce della famigerata
landa delle donne magiche, si trovavano anche in Erodoto, in Ippocrate che
localizza una Terra Hyperborea incognita sotto l'Orsa Maggiore o Stella Polare,
oltre i Monti Rifei; in Plinio, che narra di un luogo detto “ges Kleithron”,
“serratura della terra”, oltre che nelle tradizioni di molti popoli eurasiatici
che narrano della medesima “terra nordica di difficile accesso”.
Un'altra plausibile dimora femminile nel “mitico nord
stellare” potrebbe essere quella della giapponese Amaterasu – similmente al
“Fensalir”, “la sala delle profondità marine” abitata da Frigga/Freya, anche
detta “Syr” o “Mardoll” (splendore del mare) presso alcune tribù germaniche,
con indubbio legame etimologico con le sirene, considerate le sue conclamate origini
asiatiche pre-eddiche.
Nel Fensalir, Frigg vive con le sue nove ancelle tessitrici,
che tessono i destini dei mortali.
Non mancano dee sumere connesse alla storia delle sirene e
sappiamo che nei loro racconti delle origini “la regalità discese dal cielo”,
prova un testo in cuneiforme composto tra il 2100 e il 1800 a.C., che aveva lo
scopo di gettare le basi dell'unificazione del territorio di Sumer, sito nella
Mesopotamia meridionale che, peraltro, risulta essere una culla di dee
primitive alla base della figura della sirena.
“Tutto questo significa che, in sostanza, le Sirene erano un collegio di nove sacerdotesse lunari orgiastiche, custodi di un santuario oracolare insulare”. Robert Graves, La Dea Bianca, p.482
Testo e relative fonti di ricerca interamente tratti da Le Sirene, Miti e Rivelazioni Alchemiche dalle Origini
Note bibliografiche e sitografiche
(1) www.theoi.com
(2) “Fate”, illustrato da Brian Froud e Alan Lee, a cura di
David Larkin.
Diritti
Testo di Claudia Lucina Simone. Tutti i Diritti Riservati.

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